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Planners In Italy

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Ovviamente

  • Quello che scrivo qui è un'opinione personale e non del mio munifico datore di lavoro

Last.fm


HeavenAlmeno per un po'.

Brand equity

?

EsseCosa può voler dire, all'interno di un supermercato?

L'influenza

TrainEssere a casa con l'influenza è come viaggiare in treno. Per un po' leggi e recuperi cose che hai lasciato indietro. Dopo un po' però vorresti anche vedere la stazione (ok, questa intro era una scusa per mettere una foto, che i post di tutto testo un po' mi intimidiscono).

Innanzitutto ho letto Coolhunting: Chasing Down The Next Big Thing. È interessante come i due autori cerchino di razionalizzare i processi che creano un trend. Soprattutto è interessante l'analisi che fanno dei Collaborative Innovation Networks (COINs) e la metodologia per identificare i trendsetter in un social network, il tutto condito da grafici, analisi di densità semantica e cosette così. Con buona pace di chi crede che fare il Coolhunter significhi bere Mojito al Limelight (che peraltro non esiste neanche più).

E continuando sulla scia di quello che non c'è più mi sono anche letto questo articolo, in cui si mette in dubbio la necessità degli account nelle agenzie di pubblicità visto che essendo io il cliente non voglio che qualcuno si metta in mezzo tra me e quelli svegli e creativi. Pago per pensiero e idee e invece mi ritrovo a pagare gente che gioca a "passa il brief". E perché quando scrivo un brief queste persone insistono nel volerlo riscrivere (generalmente sbagliandolo) e facendomi pagare questo piacere?  L'articolo continua citando i ricarichi eccessivi, l'ostruzionismo che gli account fanno per non far incontrare il cliente e i creativi e via così. E conclude citando Mother, che non avrebbe account.

Non avere account e avere le Mothers o CP+B che ha i content manager non cambia tanto. Bogusky l'ha dichiarato in un'intervista un po' di tempo fa: è marketing d'agenzia. Il punto non è eliminare gli account. Il punto è avere dei bravi account. Quindi: formazione, bonus non solo sui ricarichi e robe così. Come c'era scritto in uno dei commenti all'articolo the Creatives sell the product, the Suits sell the work. Tanto noi planner abbiamo l'influenza.

06leo01

Ma non si vive di solo lavoro, nel proprio lettino. Riguardavo Indefinite Path di Leonardo Pellegatta, Leonardo ha vissuto in Giappone e del Giappone dà un ritratto poco convenzionale e lontano dai luoghi comuni visivi, fatto di controluce e macchie di colore alla Pinkhassov. Una visione del Giappone che condivide qualcosa anche con Fuji di Chris Steele-Perkins.

E l'oggetto, al di là del contenuto, è veramente giapponese per la cura con cui è confezionato. Il che, come anche Davide dice sempre, arricchisce il tutto.

Un nuovo arrivo

FrankAl terzo piano.

Il video del buon weekend: se i titoli di Star Wars li avesse fatti Saul Bass

(Courtesy of Gina)

Valido per tutti i brand

Life

Per Elisa

EliChe ci teneva (questa la capiamo io e lei, ma va bene uguale).

Helsinki-Milano

Finn

E così il volo di ritorno è andato bene e ha anche fornito alcuni spunti di riflessione.

Prima cosa il check-in per Helsinki della Finnair era proprio di fronte al check-in per Marrakesh della Royal Air Maroc. E se qualcuno, geograficamente grossomodo a metà fra queste due realtà, ancora si interrogasse sulle differenze tra nord e sud del mondo, beh in quel momento erano cristalline. E non è una questione di stereotipi, davvero, perché entrambe le aree erano piuttosto silenziose, senza lunghe file e le persone procedevano senza visibili impedimenti.
Le persone che andavano a Helsinki (e soprattutto i Finlandesi) arrivavano alla spicciolata, da soli o al massimo in coppia e se avessi dovuto dedurre quanto fosse pieno il volo da questo, avrei detto senz'altro quasi vuoto, mentre in realtà era pieno. I passeggeri in rotta verso il Marocco invece davano l'impressione di essere tutti lì, in attesa dell'imbarco ma senza un ordine preciso. Il check-in però andava avanti e ho avuto la netta impressione che a tutti fosse chiaro di chi fosse turno, ma non c'erano segnali visibili che lo indicassero. E questa è la mia riflessione antropologica da due soldi.

La seconda cosa: ho capito che tre/quattro ore è la durata di volo che preferisco. Puoi lavorare se devi, guardare un film se ne hai voglia, perderti a pensare a chissà che diavolo guardando fuori dal finestrino (se ci siedi vicino, altrimenti finisci a sfogliare le riviste patinate della compagnia).
I voli da sette/otto ore o più sono troppo lunghi se non hai una mascherina per dormire o la melatonina. E soprattutto non ci sono ancora batterie per il laptop che durino abbastanza, il che ti costringe a centellinarne l'uso (e dio non voglia).
Un'ora o due di volo invece è troppo poco: non c'è tempo per far nulla tranne le noiosissime procedure di check in o di security.

E i pasti, infine. Che si voli Vietnam Airlines o British, i pasti della economy class hanno sempre lo stesso sapore, ma ti danno sempre quella leggera curiosità prima dell'apertura dell'alluminio che copre il piatto principale (oooh, cosa ci sarà dentro, magari questa volta sarà buono).

E per finire Finnair ha offerto due piccole gemme.

Candy

Questo piccolo cioccolatino con un nome e un pack da prodotto di lusso (KL non sembra il nome di uno stilista fashion?).

Milk

E la panna per il caffè che sa davvero di latte fresco. Davvero rassicurante.

Se invece qualcuno cercasse qualche foto un po' più sensata, trova qualcosa qui.

Helsinki 2

CabinCredeteci o no, lavoro ne è stato fatto.

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